Quando un soggetto nel corso della propria vita ha fatto donazioni ai figli legittimi o naturali, ai loro discendenti legittimi o naturali, o al coniuge, la legge presume che questo soggetto non abbia voluto, con queste donazioni, alterare il trattamento che egli ha stabilito per testamento o, se questi è morto senza redarre testamento, il trattamento stabilito dalla legge in virtù delle disposizione relative alla successione legittima.

La legge presume infatti che in questi casi i beni donati siano da attribuire quale “anticipo della successione” con la conseguenza che devono essere compresi o conferiti nella massa attiva del patrimonio ereditario per essere poi divisi tra i coeredi in proporzione delle quote a ciascun spettanti.

Ecco un esempio utile a chiarire la fattispecie.

- Supponiamo che il signor Rossi aveva due figli, Tizio e Caio ed è morto con un patrimonio di 1.000;

- ha disposto per testamento che il patrimonio debba andare per 1/3 a Tizio e per 2/3 a Caio;

- in vita ha donato 500 Tizio.

In questo caso occorre aggiungere al patrimonio ereditario il valore di quanto è stato donato (1.000 + 500 = 1.500). Sul risultato complessivo si determineranno le quote ereditarie e cioè:

- Tizio 1/3 di 1.500 = 500;

- Caio 2/3 di 1.500 = 1.000.

La funzione della collazione è infatti quella di mantenere tra i discendenti e il coniuge chiamati a succedere la proporzione stabilita dal testamento o dalla legge.

E l’art. 737 del codice civile recita testualmente:

“I figli legittimi e naturali e i loro discendenti legittimi e naturali ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione direttamente o indirettamente, salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati.

La dispensa dalla collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile”.

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